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E’ calato il sipario sulla 3° edizione del Roma Fiction Fest, con la solita passerella di titoli e soprattutto di divi chiamati ad imperversare nella prossima stagione televisiva, ma anche con qualche spunto di riflessione e di valutazione che vale la pena citare, beninteso senza alcuna pretesa di bilancio, che risulterebbe poco utile e quasi inappropriato per un evento del genere. Spunti di senso, in grado d’indicare le direzioni intraprese e inseguite dal settore, oltreché sintomatici dello stato in cui versa l’industria di casa nostra: uno stato purtroppo indecoroso, che questa edizione del festival ha confermato in pieno, a dispetto del battage promozionale. Unico faro della manifestazione, è stata la masterclass che ospitava gli autori di “Lost”, insieme all’interprete Matthew Fox; scontato ogni elogio per la levatura della serie, tra le righe abbondavano indizi che testimoniano il divario immenso tra quelle scritture e ciò che invece ci si può aspettare da noi, almeno nel momento attuale. E’ sconcertante in effetti, sentire Carlton Cuse e Damon Lindelof definire le loro sceneggiature con termini quasi di disimpegno, in opposizione ad altra tv dal carattere “predicativo” o intellettuale, quando da noi persino le produzioni più impegnate ormai si mantengono lontanissime da quelle valenze; e non sorprende allora, vedere i fans e gli aspiranti colleghi di quei professionisti affannarsi a carpirne ogni ispirazione di ambito tecnico, trascurando i ben più importanti fattori culturali che determinano il divario.
A cosa serve, per capirci, concordare con il produttore esecutivo Jack Bender sull’importanza di utilizzare attori di calibro, se poi la nostra fiction preferisce puntare su iniziative come “Youcasting”? Un reclutamento talentistico, che beninteso sarebbe accettabile se riguardasse ruoli marginali, ma non per la nuova protagonista de “I Cesaroni”, che per quanto si tratti di un genere popolare avrebbe bisogno di un’attrice e non di “una ragazza”, come molti annunci facevano riferimento. Proprio come nella Cinecittà del dopoguerra, quando il cinema più popolare reclutava giovani avvenenti e li mandava allo sbaraglio dopo poche lezioni di recitazione, un sistema ben narrato nel vecchio film “Bellissima” con Anna Magnani; peccato che da allora siano passati sessant’anni, ma evidentemente non è cambiato nulla (né si ritiene di dover cambiare) nella nostra Italia, ben rappresentata dai lettori di “Tv Sorrisi e Canzoni” che hanno colto quest’ulteriore occasione per premiare Gabriel Garko e Alessandra Mastronardi come migliori attori protagonisti! Inutile dunque perdersi a cercare produzioni in grado di distinguersi per meriti di qualità nel repertorio presentato al Festival di quest’anno – fatta eccezione per i titoli stranieri, tra cui spiccava “Big love” a giudizio di chi scrive – e programmato in tv per la nuova stagione che inizierà a settembre… palinsesti permettendo: ad esempio l’anno scorso la Rai aveva presentato in anteprima la 2° stagione di “Medicina generale”, ma poi non l’ha più trasmessa né annunciata, e il timore serpeggiante dei flop d’ascolto non sembra affatto favorire un ritorno alla certezza della messa in onda. D’altronde il problema degli ascolti è stato alla base del fatto forse più increscioso di questa edizione del Roma Fiction Fest, durante il convegno “Created by” sul ruolo dello showrunner, un’iniziativa dei nostri sceneggiatori per ridare un ruolo più autonomo alla scrittura; dibattito inconcludente e penoso, per via delle incomprensioni con broadcasters e produttori, tanto da sfiorare persino la lite, di fronte ai colleghi stranieri d’Europa e d’oltreoceano. Da una simile esperienza, se si ama la fiction nazionale e la si critica proprio perché si la ama, non si può che uscirne a pezzi.
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