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SPECIALE FICTION:BOCCIATI I POLIZIESCHI, BUTTA LA LUNA E L'ORRIDO "IL SANGUE E LA ROSA". LA PERLA DELLA STAGIONE E' "AGRODOLCE", IL ROMANZO POPOLARE DI RAITRE PDF Stampa E-mail
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Scritto da Telesociologo   
Domenica 05 Luglio 2009 09:08

Il genere poliziesco, che pure richiede scritture almeno di minima consistenza, tuttavia continua ad imperversare senza particolare ispirazione. I prodotti nuovi o di recente collaudo sono costruiti su personaggi d’impatto, visivo o verbale come potrebbe dirsi rispettivamente de “Il commissaro Manara” e “L’ispettore Coliandro”, mentre le serie iperstagionate rinunciano a sviluppare temi contrari alla morale familistica: una carabiniera lesbica in “RIS 5”, una pseudo-detective incompresa dal marito in “Provaci ancora prof 3”, e un commissario gay in “Distretto di polizia 8”, hanno subìto una comune censura letteraria sulle valenze delle rispettive vite sentimentali, almeno per ora. Si salva a stento “Squadra antimafia”, prodotto sviluppato con sufficiente spessore da nobili presupposti (l’ambizione di porsi come ideale sequel del “Il capo dei capi”), ma anche pieno di dilungaggini e di trabocchetti narrativi, espedienti che sacrificano la tenuta dell’impianto al solo scopo di produrre tensione e suspense nel telespettatore, tanto nel suo ciclo di media serialità quanto in prospettiva di ulteriori sviluppi (che sicuramente ci saranno, visto il successo ottenuto).

Proprio l’abuso dell’impianto seriale, è uno dei guai più riscontrati in assoluto tra le fiction italiane durante questa stagione 2008-09: il caso più eclatante è forse “Butta la luna 2” – ma lo stesso potrebbe dirsi in proporzione per miniserie più brevi come “Fidati di me” – dove le ridondanze, i pleonasmi, la dilatazione delle vicende, hanno devastato il soggetto di partenza – un peccato madornale, per produzioni dal taglio chiaramente prosociale come quella con Fiona May – trasformando la fruizione in uno strazio che difficilmente potremo dimenticare. Anche qui le eccezioni sono poche, e appartengono non a caso a concept di stampo datato, come “O professore”.

Ma abbiamo visto disastri anche peggiori, pur meritevoli almeno di non avere un formato di lunga serialità: dal film-tv “4 padri single”, la cui sceneggiatura sembrava una bozza, incompiuta e scampata ad ogni occhio capace di minima revisione, al mini-feulleton “Il sangue e la rosa”, un orrido campionario di narrazione grossolana ed effetti truculenti, oltre alla recitazione infima di Gabriel Garko che ha finito per trascinare nel baratro anche i nobilissimi Virna Lisi e Giancarlo Giannini (più di quanto non avesse fatto 2 anni prima, con “L’onore e il rispetto” di cui purtroppo vedremo il sequel nel prossimo autunno…).

Dov’è allora l’evoluzione tanto decantata della nostra fiction, quell’evoluzione che pretende di porci se non all’altezza almeno sulla scia delle maggiori industrie internazionali? E’ sul piano tecnico: la fotografia, la regia, il montaggio, sono indubbiamente in crescita, per livello e poliedricità, tanto da diventare non di rado gli autentici “protagonisti” del prodotto finale; tecniche evolute, usate non più soltanto per valorizzare a scopo turistico la location di turno – abitudine comunque inveterata, basti citare “Korè l’isola dei segreti” – ma anche a comporre la narrazione vera e propria, con dispiego di salti temporali, linguaggi ipertestuali, e altre diavolerie che peraltro non sempre padroneggiano a sufficienza (e talvolta minano la comprensibilità delle trame, come si è visto ne “Il bene e il male”), oppure si risolvono in un gioco fine a sé stesso (a generico beneficio promozionale del professionista, che può contare sul proprio nome nei credits).

In sintesi, tutto ciò significa che non vi è alcun pregio né potenziale di vera evoluzione nella fiction italiana? assolutamente no, perché il Bel Paese ha avuto e ha tuttora i suoi stili di maestria insuperata nel panorama internazionale. Di cosa parliamo? Degli impianti melodrammatici ad esempio, dove il ruolo narrante è affidato agli alementi testuali e musicali più che all’azione in sé: un prodigio che si realizza però soltanto se i dialoghi non scadono nella banalità o nella volgarità, se le colonne sonore non impiegano melodie scopiazzate od estenuate, e se i tempi non sono dilatati oltre quella soglia che consente al telespettatore di memorizzare gli eventi fondamentali; una sensibilità, quest’ultima, che ad esempio non hanno le produzioni statunitensi, dove trame e rivolgimenti di scena si susseguono in quantità e a ritmi talmente serrati da stentare ad imprimersi nella memoria del telespettatore (non durante la fruizione del singolo episodio, ma in un intervallo più ampio).

Il guaio è che ciò che sapevamo fare bene lo abbiamo pressoché abbandonato, nella convinzione che sia passato di moda, e per inseguire modelli che ci affascinano senza che riusciamo ad afferrarne la reale essenza, e che riteniamo di poter imparare senza fare i conti col nostro attuale stato di degrado culturale. Non a caso, una serie di discreta scrittura quale “Terapia d’urgenza” ha avuto il suo punto debole proprio nell’ambiguità dello stile, incerto tra la tentazione d’ispirarsi ai filoni più puri del medical drama (lo abbiamo visto fin dall’incipit, spudoratamente ricalcato sulla primissima scena del prestigioso “ER – Medici in prima linea”) e l’effettivo scivolamento nei tratti del nostro melò più classico (alla “Incantesimo”, per capirci): il mix in sé potrebbe essere efficace, ma nella resa effettiva non lo è, perché la prima ispirazione risulta lacunosa, mentre la seconda è tenuta a freno, ed ecco che il prodotto finale non soddisfa né l’una né l’altra aspettativa di genere, al di là dei buoni elementi che lo compongono (come la recitazione accurata di Alessia Barela e la naturalezza “ruspante” del bistrattato Sergio Muniz!).

La fattura italiana dà il meglio di sé quando non rinuncia ai suoi stili tradizionali da “romanzo popolare”, come infatti è stato definito “Agrodolce”, un gioiello quasi unico nell’offerta narrativa di questa stagione 2008-09: ritmi lineari e linguaggi senza eccessi, che riescono a valorizzare ogni tipo di tema e atmosfera, dai momenti più drammatici o impegnati, a quelli più intimisti o brillanti, coniugando benissimo tradizione e modernità, perché dietro c’è una scrittura esperta. Una scrittura che sceglie di attingere alla sostanza e non agli orpelli dei modelli più evoluti, e che sceglie di ignorare le istanze di puro “intrattenimento” (ciò che ha indotto chi scrive a coniare il termine “fictionette”, per le produzioni dai contenuti più leggeri, a sottolinearne lo squallore) nonostante si tratti di una soap quotidiana.

L’esempio di “Agrodolce” dimostra dunque che l’industria italiana della fiction ha ancora grande potenziale da esprimere: non siamo irrimediabilmente inferiori, se lo vogliamo. Ma il punto è che bisogna volerlo, e volerlo implica fare determinate scelte invece di altre: qui sta la scommessa, e la speranza (pur flebile) con cui frequenteremo in questi giorni la 3° edizione del Roma Fiction Fest.

Commenti
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Telesociologo   |Registered |2009-07-07 05:55:27
E intanto il Roma Fiction Fest è partito, con luci ed ombre... Mi sa che dopo
la conclusione ci tocca un "bilancino", in chiave originale come sempre
Signor Format   |93.44.208.xxx |2009-07-07 08:11:22
@Telesociologo:Siiiiiiiiiiiii
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Ultimo aggiornamento ( Domenica 05 Luglio 2009 09:47 )