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La “signora” COCO CHANEL resuscita la nostra fiction

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Scritto da Telesociologo   
Lunedì 06 Ottobre 2008 12:48

 

Una signora fiction, se ci si può permettere il gioco di attributi, torna finalmente a contarsi nelle fucine di casa nostra, anche se in verità si tratta – guarda un po’ il caso – di una coproduzione internazionale: “Coco Chanel”, dopo l’esordio di ieri su Rai Uno, sembra promettere bene anche per la seconda e ultima puntata in programma per stasera, e non soltanto per la forza del genere biografico, che fornisce garanzie almeno sufficienti di consistenza in virtù del soggetto tratto dalla realtà.

Parliamo, beninteso, non di un capolavoro, ma di ordinaria maestria produttiva, che sappiamo ormai consolidata presso la Lux Vide nonostante qualche lavoro un po’ meno brillante negli anni recenti. Stavolta invece il risultato non delude affatto, nel suo impianto di “grande fiction” con dispiego di preziosità nei costumi e ricostruzioni d’epoca, ma senza l’aria pretenziosa del kolossal; a dominare la scena c’è la forza di un personaggio vero – non italiano, guarda un po’ quale altra combinazione – nonché delle sue due interpreti, una Shirley MacLaine dal carisma intatto e una Barbara Bobulova sempre convincente in questi ruoli che conciliano la femminilità e romanticismo con il coraggio dell’emancipazione.

E’ difatti in chiave femminista, che questa sceneggiatura curata da Enrico Medioli tratteggia la protagonista della miniserie, senza però cedere a facili eccessi di stile agiografico: vicende e dialoghi inscenano sentimenti, valori, scelte, in maniera sempre credibile e coinvolgente, anche quando rallentano vicende molto prevedibili. Così si riesce a fare quanto di più pregevole per una fiction, cioè rendere piacevole la fruizione della narrazione, al di là della elementare curiosità di vederne gli sviluppi.Particolarmente riuscita è anche la scelta dell’elemento divulgativo, cui produzioni di questo genere non dovrebbero mai rinunciare, specie quando si tratta di far conoscere un personaggio di fama essenzialmente nominale: chi era Coco Chanel al di là della donna emancipata e tenace, cos’ha lasciato alla moda nel suo tocco, qual era la caratteristica principale del suo stile? Qui lo vediamo inscenato in maniera ricorrente, ossia il pallino di togliere accessori anziché aggiungerne, come recita una sua frase rimasta celebre; quella frase, benché ormai conosciuta anche dai non-esperti grazie alle citazioni tra cui il telefilm “Ugly Betty”, difficilmente verrebbe ricordata soltanto in associazione alle gesta del piccolo Justin Suarez, ma ora s’imprimerà sicuramente nella memoria di chi ha gradito questa fiction con le sue scene di vestizione.A completare il buon confezionamento intervengono le musiche di Andrea Guerra, qui particolarmente in vena per i momenti malinconici, e il doppiaggio, in cui spicca l’espressività di Luca Ward e Roberto Pedicini, mentre Maria Pia Di Meo caratterizza l’anziana protagonista con toni fin troppo estenuati.

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 06 Ottobre 2008 15:07 )
 

IL SANGUE E LA ROSA, in dvd lo scherno della fiction e del pubblico che la guarda

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Scritto da Telesociologo   
Venerdì 03 Ottobre 2008 19:54

In tv è terminata da una decina di giorni, ma campeggia ancora nelle edicole attraverso le copertine dei dvd, con le copie in distribuzione fino alla prossima settimana: parliamo della miniserie che ha aperto la stagione televisiva in corso, quella produzione con Gabriel Garko già sbandierato in un casting rivolto alle sue fans, quel kolossal d’epoca che prometteva atmosfere da romanzo popolare, insomma la fiction delle fiction, con cui la tv sembrava voler aggiornare il genere e il filone in grande stile.

A visione terminata invece, cos’è stata e cosa ha lasciato questo melò che già nel titolo, “Il sangue e la rosa”, esigeva di restare nella storia della tv? Tutto quanto sarebbe meglio dimenticare, in verità, se mai fosse possibile visto il calderone di elementi ormai ricorrenti nella narrativa di casa nostra, e specialmente in casa Mediaset.

Anzitutto ha lasciato la solita domanda sull’interprete protagonista, che non si capisce come possa continuare ad arricchire il suo curriculum in ambiti di prim’ordine, fino a richiamare orde di spasimanti disposte anche a fargli da schiave pur di comparirgli accanto, quando lui per primo dovrebbe essere scartato alle prime selezioni. Criticare quella specie di accento romano sfoggiato dal bellone Garko in questa fiction, diventerebbe quasi un omaggio d’importanza e un’indebita attenzione dopo aver assistito al complesso inconsistente e inespressivo della sua recitazione, che del resto trova il suo corrispettivo nella partner di turno, Isabella Orsini; entrambi reggono soltanto per la loro presenza avvenente, che lui ora pretenderebbe pure di coprire, rammaricandosi per le inquadrature a sorpresa del suo fondoschiena, come se avesse di meglio da offrire.

E non è Garko, purtroppo, il solo cruccio in questa miniserie dove tutto sembra schernire non soltanto il genere, ma anche il pubblico: qui non troviamo, per capirci, quel piglio irriverente e satirico delle parodie che confermano sottilmente il lavoro autoriale e tecnico della tv, bensì l’esatto contrario, ossia un’accozzaglia di eccessi che scredita e ridicolizza sia la scrittura sia le aspettative dello spettatore. Finzioni plateali dei personaggi che fungono da mattoni di sceneggiatura, delitti dallo scarso rilievo narrativo ma inseriti per puro effetto di scena, richiami linguistici d’ironico occhiolino per il pubblico (sentendo la popolare esclamazione “ripìjate!” in un contesto del genere, si rischia davvero di cadere dalla poltrona), persino l’evocazione del sovrannaturale in chiave semiseria (col coretto di voci femminili che annuncia un lieto epilogo scambiato per miracolo), insomma tutto il campionario di elementi grossolani e strampalati, cui Mediaset ci ha ormai abituato in tanti drammoni truculenti sulla linea di “Io non dimentico” e “Io ti assolvo”; una formula nemmeno paragonabile alle vecchie telenovelas artigianali del Sud America, perché quelle almeno curavano più seriamente i loro intrecci al limite della credibilità.

A completare il quadro non mancano poi le trame lasciate in sospeso, che costringono i curiosi ad attendere l’immancabile sequel, e lo spreco di attori come Giancarlo Giannini e Virna Lisi insieme ad Alessandra Martines, che mutano totalmente l’atmosfera quando entrano in scena, in quei momenti sembra di stare assistendo a tutt’altra fiction ma purtroppo non sono loro i veri protagonisti. Quanti simili scempi della narrativa dovremo ancora vedere, in tv?

Ultimo aggiornamento ( Sabato 04 Ottobre 2008 02:05 )
 

CRIMINI BIANCHI, un “Dr. House” all’italiana ma dal concept ingombrante

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Scritto da Telesociologo   
Venerdì 03 Ottobre 2008 12:04

Le forme della moderna serialità statunitense dilagano anche nella fiction di casa nostra, con risultati persino dignitosi ma poco amalgamati col soggetto: è questa l’essenza di “Crimini bianchi”, ultima creatura sfornata dalla Taodue di Pietro Valsecchi, e già snobbata dal pubblico – un po’ a torto, a parere di chi scrive – nelle prime due serate di messa in onda su Canale 5. In effetti, il tema di base che pone in primo piano i casi di malasanità in chiave umanitaria, funge quasi da ingombro per questo telefilm a metà tra il filone “medical” e il poliziesco, dove scrittura e regia inseguono stili evoluti che stridono con lo squallore del contesto da rappresentare.

Quegli stili evoluti stavolta sono attinti, o meglio copiati, in gran parte dal celeberrimo “Dr. House”, senza ritegno: le diagnosi discusse in gruppo a tavolino e alla lavagna, le perquisizioni illegali dei medici in casa del paziente da salvare, le animazioni del corpo umano visto dall’interno. Ma la regia di Alberto Ferrari non risparmia espedienti ormai di routine nelle serie della Taodue così come nei più svariati prodotti d’oltreoceano: il montaggio a velocizzazione o persino a riavvolgimento, i flashback che inglobano l’intero episodio o inscenano situazioni da genere fantastico (coi personaggi che esplorano luoghi e momenti al limite della loro esperienza reale, per capirci), gli effetti sonori e grafici che sottolineano l’atmosfera tecnologica, le canzoni rumorose che fungono da colonna sonora alternandosi alle musiche originali.

Per contro, la sostanza della rappresentazione risulta avvincente solo a tratti. Le sceneggiature curate da Dante Palladino e Giorgia Mariani faticano ad uscire dai binari della prevedibilità, a parte qualche raro spunto nei dialoghi; i personaggi hanno il merito di non incarnare facili stereotipi, ma appaiono come in cerca di spessore; manca insomma il carisma, in qualunque caratterizzazione, per l‘aria di normalità e di realismo che la scrittura sembra voler mantenere a tutti i costi. Il fascino si riduce così alla presenza degli interpreti, con una Christiane Filangieri quantomai convincente per grinta, e Daniele Pecci altrettanto di classe, mentre Ricky Memphis appare poco valorizzato nel ruolo di avvocato che imbriglia la sua espressività popolaresca.

Un prodotto di transizione insomma, questo “Crimini bianchi”, nel panorama delle fiction nostrane che a quanto pare cercano di evolversi sul piano tecnico forse troppo prima che su quello narrativo.

 

Sexy e dolce tata:E' la Ferilli in "Anna e i cinque"

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Scritto da Signora Format   
Venerdì 03 Ottobre 2008 12:02

Che fosse piacevole lo si era intuito già dal promo che pubblicizzava questa nuova fiction Mediaset. Ieri sera su Canale 5 alle ore 21.10 è andata in onda la prima delle sei puntate di Anna e i cinque, una produzione RTI, realizzata da Magnolia Fiction, con Sabrina Ferilli protagonista assoluta, insieme a Pierre Cosso, Riccardo Garrone, Jane Alexander e Raul Cremona.
La sigla iniziale, di grande appeal, e realizzata in forma animata, rimanda alla sitcom americana "la Tata", e ancora si possono notare similitudini con la "Mary Poppins" di Walt Disney, che certamente non era una spogliarellista, ma alcuni elementi scenici come l'ombrello (nella sigla), o la stessa scena iniziale che vede la Ferilli volare davanti al duomo di Milano (per una pubblicità sul prosciutto) ricordano un po' la tata per antonomasia interpretata da Julie Andrews.
In Anna e i cinque, basata sulla serie televisiva spagnola "Ana y los siete" (idea originale di Ana G. Obregon), Sabrina Ferilli interpreta Anna Modigliani di giorno, e Nina Monamour di notte....si, perché mentre la sera si esibisce come spogliarellista sexy al "Chicago", un locale milanese, di giorno è la tata di ben cinque ragazzi (Filippo, Carolina, Giovanna, Lucia, Giacomo), figli di un vedovo, Ferdinando Ferrari, interpretato da Pierre Cosso.
Per aiutare il fidanzato nonché suo impresario (Raul Cremona) a saldare un grosso debito contratto con "Secco", uno strozzino, interpretato dal bravo Franco Castellano, Nina decide di cercare un altro lavoro, e si ritrova così a fare la baby sitter a casa Ferrari, famiglia benestante di imprenditori, che naturalmente ignorano l'attività notturna di Anna (tranne il nonno, che frequenta assiduamente il locale dove Nina si esibisce, e dunque la riconosce). Abbandonati gli abiti sexy e succinti di Nina per quelli più seri e castigati di Anna la Tata, la Ferilli dà prova di essere una brava attrice, versatile e ironica.
Ferdinando vive con i suoi figli nella casa del padre Nicola (l'attore Riccardo Garrone), ed è fidanzato con Alessia (Jane Alexander) che, calata perfettamente nel ruolo della "matrigna cattiva", confabula in gran segreto per liberarsi dei cinque bambini, mandandoli a studiare il più lontano possibile.
Con la divisa completa da istitutrice la Ferilli si presenta al suo primo giorno di lavoro: emozionata entra in casa,  impacciata e sbalordita da tanta lussuosità e ricchezza, ma non riesce a convincere del tutto Ferdinando, che decide di mandarla via. Sarà il padre a dissuadere il figlio, facendogli notare che Anna in realtà è la donna giusta per i ragazzi. Padre e figlio finiscono per invaghirsi di lei, della sua bellezza e del suo modo di essere, un po' fuori dalle righe. Anna dimostra di essere una brava ed efficiente tata, conquista la fiducia dei bambini, e comincia a provare dei sentimenti per Ferdinando. Accarezza così l'idea di poter cambiare vita, di voltare pagina, e lasciare definitivamente il suo lavoro come spogliarellista.
"La Ferilli è un'eccellente attrice", dichiara Garrone in un'intervista, mentre lui, il "San Pietro" da ben quattordici anni nel famoso spot di un caffè,  attore teatrale, e grande caratterista del cinema italiano, conferma ancora una volta le sue eccellenti doti di attore.
Buona la regia di Monica Vullo, ma non altrettanto il doppiaggio che, non essendo in presa diretta, risulta essere poco credibile. Doppiato Pierre Cosso, attore francese divenuto famoso al fianco della bella Sophie Marceau nel 1982, con il film "Il tempo delle mele".
Girata a Milano, "Anna e i cinque" risulta essere un discreto prodotto, anche se l'idea del soggetto non è molto originale. È una fiction che rientra nel genere della commedia, la classica favola a lieto fine, che sembra essere ormai la tendenza preferita dal pubblico televisivo. Ricordiamo il grande successo ottenuto dalla miniserie Rai "La stella delle porta accanto" con Bianca Guaccero: molti i rimandi e le somiglianze a livello di plot con questa fiction Mediaset. Una cosa è certa: l'"happy end" piace, conforta, fa sognare, rassicura il telespettatore.

 

"Una madre", una storia drammatica che non colpisce nel segno

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Scritto da Signor Format   
Venerdì 03 Ottobre 2008 12:00
Mamma Rai questa stagione ci aveva abituato piacevolemente a serie tv di successo e di piacevole visione come "Fidati di me" con Virna Lisi e recentemente "La stella della porta accanto" con Bianca Guaccero, entrambe premiate dagli ascolti. In due puntate è andata in onda Domenica e Lunedi un'altra miniserie televisiva su RaiUno dal titolo essenziale ma più che esplicativo, "Una madre" per la regia di Massimo Spano. I panni della protagonista Maria sono stati indossati dalla poca efficace e credibile Violante Placido (per intenderci, Virna Lisi è proprio su un altro pianeta!!) e la piccola Greta di soli quattro anni aveva il volto di Teresa Dossena (prima) e Clara Dossena (in un secondo momento). Tra gli altri protagonisti della serie figurano: Serena Grandi (Salvatrice) che interpreta una ex-prostituta e rappresenta un pò il sogno di Maria e chi meglio di Salvatrice che è riuscita anche ad aprire un ristorante interamente gestito da lei, può impersonare nella serie tv "quello che (forse) verrà" per Maria? Tra gli altri interpreti ritroviamo Enrico Lo Verso nei panni di Rocco (amico di Maria), Enzo Decaro interpreta il Commissario Martone, Stefano Dionisi è una figura centrale nella storia visto che è il protettore di Maria che poi viene ucciso (qui il telespettatore già pensa a una possibile salvezza della ragazza). Il taglio narrativo della vicenda di "Una madre" è senza dubbio drammatico e tale è rimasto solo negli intenti, visto che tra una sceneggiatura piuttosto banalotta e un'interpretazione men che mediocre (merito senza dubbio di una Violante Placido poco credibile nei panni della "madre"), si è consumata l'ennesima fiction Rai e questa volta non proprio nel migliore dei modi. "Una madre" si nutre di stereotipi, quello della prostituta tanto per cominciare visto che la protagonista Maria oltre a essere una madre nella fiction è anche una prostituta. Una madre prostituta che vuole uscire dal giro della notte per l'amore di sua figlia. Nulla di più scontato e banale. Nulla di più visto e rivisto. E naturalmente il bello della sceneggiatura lo ritroviamo nella capacità di Maria di essere così brava da separare la sua vita da prostituta da quella di mamma. (qui, invece, si tenta di abbatterlo uno stereotipo, quasi a sottolineare che essere una prostituta non vuole dire essere un brutto esempio di madre). Non manca il colpo di scena nel momento in cui Maria per sfuggire all'organizzazione e portare in salvo sua figlia tenta di commettere una rapina rischiando così il carcere. Nella seconda parte di "Una madre" si rafforza ulteriormente l'elemento drammatico fino a spingerlo alla massima esasperazione e tensione, anche in questo caso, non sorretta da elementi di forza come una buona recitazione della protagonista o una trama avvincente e senza troppi fronzoli. La Rai ha sicuramente prodotto fiction di qualità più alta e i recenti successi degli ultimi tempi non ne hanno di certo nascosto l'apprezzamento del pubblico.
 
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