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PREMIO REGIA TV, IL PICCOLO SCHERMO TRA LUCI GIOCOSE E OMBRE DI AMBIGUITA' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Telesociologo   
Lunedì 09 Marzo 2009 15:02

Eccezionalmente prima dei Telegatti, con l’evento Mediaset sospeso a scadenza indefinita, è andata in scena ieri su Rai Uno la 49° edizione del “Premio regia televisiva”: serata dedicata alla consegna di quelli che a buon titolo possono ancora considerarsi gli “Oscar” del piccolo schermo, per prestigio e soprattutto per i criteri di assegnazione, improntati alla qualità prima che al gradimento. Una qualità sfruttata dall’evento stesso, che ha attinto ai programmi premiati per costruire la sua sceneggiatura, fino a riproporne le inquietanti ambiguità, con naturalezza quasi sconcertante, a dispetto della soddisfazione espressa da Gigi Vesigna: “Vedere uno spettacolo come questo e divertirsi è molto difficile, stasera invece mi sono divertito”.

La serata in effetti minacciava di annoiare, dovendo celebrare una sequela di programmi con le premiazioni di rito e le immancabili lusinghe tra vip sempre più complici; ma così non è stato, grazie al puntuale inserimento di momenti brillanti, che tra veri sketch e gag più o meno di circostanza hanno tenuto banco ben più del cerimoniale. Se però la freschezza caratterizzava gli sketch dai crismi limpidi anche se collaudati, come le classifiche ad indovinelli di Paolo Bonolis e Luca Laurenti, o i siparietti demenziali di Nino Frassica con quel Benito Urgu affermatosi nel varietà “I migliori anni”, altrettanto non si può dire per le gag imbastite con i personaggi meno dotati sul piano comico.

Così il gioco del plastico con Bruno Vespa che vi colloca i vip più presenzialisti in accoppiamenti intriganti, o la simulazione del poligrafo come passerella per una Caterina Balivo incredibilmente premiata come personaggio rivelazione (ma i criteri del concorso non erano improntati alla qualità?...), sono stati presentati come momenti a sorpresa per gli stessi personaggi coinvolti, salvo poi trovarci di fronte a battute e atteggiamenti che di spontaneo avevano ben poco; al confronto, la palma della genuinità spetterebbe di diritto a Mara Maionchi, incapace di trattenere l’intercalare dei suoi turpiloqui già durante l’entrata sul palco per la premiazione di “X Factor”, come paradossalmente non ha potuto fare il suo imitatore Aldo Piazza, nel medesimo castigato scenario dell’Ariston.

Diversamente ambigua anche la presenza di personaggi come Ezio Greggio e Piero Chiambretti, che in quanto a vena brillante non difettano di certo: ufficialmente confinati in situazioni d’intervista più o meno informale, ma di fatto proposti con toni e testi da monologo comico, sui modelli degli spazi appartenenti ai loro format.

Ed è proprio sui format che s’incentrava la competizione: 10 programmi d’intrattenimento e dintorni, eletti dalla “Accademia di Garanzia” (capitanata da Silvana Giacobini insieme al citato Vesigna), e poi inviati al televoto, che ha finito per premiare il risorto “Ballando con le stelle”. Fuori dal giudizio popolare invece sono state tenute le categorie più nobili, come i notiziari che registrano la conferma di Sky Tg24, e gli eventi televisivi straordinari con la premiazione de “La Bibbia giorno e notte” (non trascurato da noi di Format Tv, con curiosa annotazione di altre ambiguità); così è stato anche per la fiction, in un’unica categoria che ha visto affermarsi “Tutti pazzi per amore” (altrettanto notata da Format Tv).

L’evento insomma ha retto nonostante una preparazione approssimativa, vedi lo scarso parterre di vip utilizzati esclusivamente per le premiazioni (Anna Falchi, Roberta Lanfranchi, Aida Yespica, i Matia Bazar) e un surplus di lavoro per il conduttore Daniele Piombi, stavolta in compagnia dell’inappuntabile Carlo Conti che ha ben meritato il titolo di personaggio maschile: una vittoria della tv più ordinaria e rassicurante, ma almeno della tv autentica, quella cioè non imbastardita da stili più tipici del teatro, come invece potrebbe dirsi di Michelle Hunziker, confermatasi personaggio femminile in una competizione di stampo ancora troppo artistico per perdere le sue bipartizioni sessiste.

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